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lunedì 20 maggio 2013

Umano, troppo umano.

Già un post che s'intitola come un'opera di Nietzsche preannuncia noia, tedio e voglia di vetri rotti sulle arterie.
Ma devo scrivere, devo liberarmi, devo intraprende un percorso di catarsi essenziale alla mia persona, non foss'altro che ho una furia omicida che pervade ogni fibra del mio corpo.
La questione riguarda le riflessioni di una vita, gli sguardi dubbiosi e scettici del mondo e soprattutto un post apparso sulla pagina" Spotted: Unimi", nel quale un cerebroleso -pardon, cerchiamo di non essere offensivi almeno nell'intro- una discutibile mente partoriva un altrettanto discutibile pensiero, articolato nei seguenti punti (amo schematizzare, è un mio vizio dal quale so di non poter uscire)

1. I CdL in studi umanistici sono nettamente più facili di quelli scientifici.
2.I CdL in studi umanistici non offrono prospettive future allettanti per i laureati; per questo motivo i CdL in studi umanistici sono inutili
3.Bisognerebbe indirizzare gli studenti delle superiori a CdL scientifici.

Ora, la domanda che sorge spontanea è:: perchè io devo riflettere su un post anonimo apparso su una pagina tendenzialmente goliardica, probabilmente scritto da qualcuno che non sa nemmeno una cosa essenziale come la differenza tra l'ottanio e il verde acqua? La risposta è perchè per anni, ANNI, ho visto/sentito persone millantare la propria presunta superiorità intellettuale perchè dedicavano la loro vita a calcoli, numeri, formule e teoremi. Meno quando ho scelto di frequentare il liceo Classico, maggiormente quando ho deciso di frequentare la facoltà di Lettere Moderne. Quindi il pensiero dell'Anonimo (lo chiameremo così, d'ora in poi') ha risvegliato la mia coscienza civile, il mio orgoglio malmesso, la mia sicurezza stentata e mi ha investito del ruolo di paladino degli studi umanistici (Sto scherzando, ovviamente), almeno per confutare, in parte, le idiozie da lui affermate. Partiamo dal punto 1.

1. Palla colossale. Prima di tutto, mi si deve chiarire cosa si intende per studio umanistico e studio scientifico. Mi si indichino i parametri di giudizio, una scala con dei valori: è certo un presupposto della scienza fornire dei parametri quando si vuole mettere qualcosa in graduatoria. In un corso di laurea in Lettere Moderne, come il mio, c'è una componente molto forte di scienza. La linguistica, carini, è una scienza a tutti gli effetti (e Dio solo sa quanti esami di Linguistica dovrò dare). La filologia (che sia romanza, umanistica e classica) usa metodi e termini scientifici: non è che l'edizione critica di un testo si faccia secondo il piacere personale, minchioni. Una traduzione (specialmente da lingue classiche) si avvale di un rigoroso metodo scientifico: non puoi tradurre un testo dal latino se prima non conosci le LEGGI interne della lingua. Di entrambe le lingue, dalla lingua di partenza alla lingua di arrivo. Poniamo il caso che con umanistico si intenda allora le discipline (uso discipline appunto, non scienze) che riguardano il pensiero dell'uomo, il suo evolversi, le più rarefatte speculazioni dell'animo umano. In quale mondo Filosofia del Linguaggio è più facile di istologia? E ancora, si possono forse paragonare le due cose? No, semplicemente perchè riguardano due ambiti della conoscenza completamente diversi. Puoi dire "Filosofia del Linguaggio è più facile di Filosofia del Diritto", puoi anche dire "Istologia è più facile di epidemiologia" (sto dicendo cose a caso, sappiatelo), ma paragonare due cose così diverse è come pretendere di far risultare un rinoceronte un amabile animale domestico. Siamo a quei livelli di surrealismo. E ancora, il fatto che siano speculazioni filosofiche (badate, di questo campo non so molto) non vuol dire che abbiano MENO dignità delle altre materie di studio.
Conclusione: il metodo scientifico si usa in quasi la totalità degli studi universitari. La facilità o difficoltà di un corso è estremamente soggettiva, uno che è un portento in anatomia può trovarsi in panne di fronte alle Bucoliche di Virgilio. E' inutile paragonare cose diverse senza una scala di riferimento.

2. Parzialmente vero. Chi sceglie un corso di laurea come il mio o un corso filosofico o qualsiasi altro corso che non prepara per una e unica professione settoriale, sa che farà più fatica degli altri a trovare un impiego. Questo lo sa già quando si iscrive, non dovete ricordarlo ogni volta. E' anche vero che con altri corsi scientifici si ha comunque la stessa difficoltà a trovare lavoro, soprattutto in Italia. Questo è il destino comune di ogni universitario: che si faccia fisica, scienze dei beni culturali o architettura, il mondo del lavoro non è certo lì ad accoglierci a braccia aperte. La mia personale idea è che, qualunque laurea si abbia, si trovi lavoro se si verificano più condizioni, dei quali la più importante è un culo pazzesco. Segue poi intraprendenza, ambizione e voglia di sacrificio. Ma è così da sempre, sono le immutabili leggi del capitalismo. Ammetto che con una laurea in lettere si abbia un campo molto più vasto e quindi dove è molto più difficile trovare lavoro, ma non vuol dire niente. Vorrà dire che quando l'avrò trovato sarò stato più intraprendente, ambizioso e capace di chi ha fatto chimica farmaceutica e può fare solo il chimico farmaceutico, per dire. Quanto all'utilità, allora se vi basate sul criterio dell'utilità bruciate tutti i romanzi che avete in casa, non andate più al cinema, non recatevi più in un museo o in una galleria d'arte: le cose più belle sono in effetti le cose più inutili. E io, francamente, sono bellissimo; non posso essere anche utile.

3. Sì, certo. Provate ad indirizzarmi ad un corso come Ingegneria e rimango bloccato un anno al primo esame. Forse è meglio avere un laureato che eccelle nel suo campo, quindi un letterato colto, piuttosto che un ingegnere infelice, frustrato e anche incapace. Come detto sopra, la facilità è soggettiva. Non è vero che noi prepariamo meno libri di chi fa una facoltà scientifica, non è vero che da noi viene richiesto meno impegno (un esempio pratico: nel mio esame di latino, chi prende sotto il 24 è invitato al prossimo appello), non è altrettanto vero che il ragionamento che sta dietro la dimostrazione di un teorema sia più nobile o più concettualmente difficile di un'analisi critica di un testo medievale.

La morale della favola è: SHUT UP AND MIND YOUR BUSINESS! 

Sono pronto ad approfondire la discussione in qualsiasi momento, anche a spiegare vuoti di passaggi argomentativi o simili. Tanto se non vinco con la dialettica vi asfalto col trattore.

P,S; non snobbo i CdL scientifici, anzi; ammiro chi ha un'impostazione mentale tale da poterli frequentare senza troppe difficoltà e sono affascinato da numerosi aspetti che riguardano medicina e scienze naturali. Quindi, please, non mi si rifili la questione del classicista snob che io snob lo sono per ben altre questioni e me la tiro sempre.

lunedì 6 maggio 2013

Integrazione.

La temporanea sospensione del blog è finalmente terminata. Le mie lamentele sulla mia scarsa ispirazione hanno avuto fine, i miei blocchi dello scrittore hanno deciso di farsi da parte. Ero lì per i fattacci miei che mi lamentavo per lo scazzo generale che mi circondava tenendomi lontano da queste pagine, quando improvvisamente persone di genere subumano hanno deciso di far aumentare il mio sopracitato scazzo ai livelli del vuoto dell'interno cerebrale di Renzo Bossi.
Ormai tutti sapete che la nostra Repubblica ha un innovativo ministero, chiamato Ministero per la Cooperazione Internazionale e l'Integrazione, presieduto dalla dottoressa italiana di origine congolese Cecyle Kyenge. Se siete degli acuti osservatori, avrete notato che è nera. OMMIODDIO SI' E' NERA! BORGHEZIO! E' PROPRIO NERA! Il vostro pensiero successivo, dopo questa visione, auspicabilmente dovrebbe essere stato "E quindi?". Così infatti è stato il mio.
Francamente non capivo perchè nel 2013 si mette sui giornali di avere un ministro nero, quasi con stupore. Certo, è la prima volta, grande passo per l'integrazione. Ma andando oltre, cosa c'è di speciale? Assolutamente nulla. Nulla perchè il ministro è una persona come tutte le altre e Dio mio non dovrei certo scriverlo su questo blog! Dovrebbe essere chiaro a tutti, lampante quanto l'ineluttabile prosperare dello stivale borchiato a meta 2013. Gente dai eh, che il 2011 vogliamo lasciarcelo alle spalle.
Purtroppo per noi, gente civile e onesta, che paga le tasse (io no, i miei genitori sì), che raccogliamo la cacca del cane per strada, che evitiamo con estrema accortezza di abbinare il nero con il marrone, esiste ancora gente che è lì lì ad un passo dal promuovere le teorie eugenetiche.
Mi riferisco a quell'ammasso paonazzo di nullità fetida che è Mario Borghezio. Quello lì, sì, ce lo avete presente no? Sì insomma quello che ha la faccia da carpa un po' pienotta. Ecco, lui ha affermato una cosa tipo:

"E poi gli africani sono africani - dice ancora Borghezio alla Zanzara - appartengono a un etnia molto diversa dalla nostra. Non hanno prodotto grandi geni, basta consultare l'enciclopedia di Topolino. Diciamo che io ho un pregiudizio favorevole ai mitteleuropei. Kyenge fa il medico, gli abbiamo dato un posto in una Asl che è stato tolto a qualche medico italiano". (Il Sole 24Ore)

Ora, dopo questa affermazione io se fossi stato Supremo Imperatore del Mondo, avrei fatto scattare l'esilio perenne dal globo terracqueo. Perchè non voglio pensare che nel 2013 ci siano ancora persone così ritardate. E' il termine giusto, perchè se non lo sono mentalmente, lo sono culturalmente e civilmente. Quando la signora Kyenge dice che è la società a reclamare lo Ius Soli (il diritto di cittadinanza per chi nasce in territorio italiano), ha perfettamente ragione, oltre che un grande senso della realtà.
La mia generazione ha avuto fin dalle elementari degli extracomunitari in classe: di certo non si può pensare che i futuri scolari non si troveranno nella stessa situazione. Lasciando stare mie convinzioni personali, che comunque ritengo legittime e eticamente giuste su scala globale (come del resto tutti i giudizi che io esprimo, giacchè ho il famoso e spiccato delirio di onnipotenza), cioè che l'incontro con culture altre non possa che arricchire il proprio bagaglio personale e allargare i propri orizzonti, è evidente che questa situazione vada regolamentata. Gli "stranieri" sono ovunque intorno a noi, lavorano con noi e si stanno integrando sempre di più. Guardano telegiornali italiani, leggono giornali italiani, studiano nelle scuole e nelle università italiane. Insomma, volete accorgervene che l'integrazione non può essere sempre e solo su piccola scala ma ha bisogno di un disegno più grande e di un impianto statale?
E' debilitante scrivere queste cose nel 2013, lo ridico, ma certe affermazioni mi provocano lesioni allo stomaco meglio conosciute come ULCERE. 
Non sto facendo il buonista, posso io essere buonista quando dico che i neonati piangenti devono essere rinchiusi in un bunker sotterraneo? Io che quando vedo i leggings di colore fluo ho voglia di armarmi di fiocina e minacciare chi li indossa? No. Non sono buonista, mi pare ovvio. Ho solo una coscienza civile più alta di quella di Mario Borghezio e dei suoi seguaci (Matteo Salvini, mi senti? Parlo di te...) forse anche un Q.I più alto, ma ciò che è indubbio è che mi vesto meglio di tutti loro.

mercoledì 20 marzo 2013

L'elogio della timidezza.

Nel nostro tempo, nei secoli del Nostro Signore Domineddio Ventesimo e Ventunesimo,si concepisce l'estroversione come un valore, una cosa positiva, una chiave per le porte del mondo.
In effetti non si crede che la Minetti, se fosse stata "introversa", sarebbe arrivata sugli scranni del Consiglio della Regione Lombardia, allora è vero che l'estroversione apre le porte del mondo; lei poi ha aperto anche qualcos'altro (battuta facile).
Gli estroversi, i solari, quelli che rendono partecipi il mondo dei loro pensieri, in effetti non faticano a trovare negli ambienti più disparati persone con cui poter intraprendere discussioni trascendentali sui massimi sistemi o, più semplicemente, fare conversazioni che hanno la stessa utilità e spessore culturale di Scilipoti. Ma in effetti le persone estroverse son belle da vedere, sono generalmente inclusive, riescono a catalizzare l'attenzione su di loro togliendola ad altri che proprio l'attenzione non la vogliono, pena la sensazione di trovarsi con un occhio di bue luminoso puntato su di sè e il resto è una sala buia di contorni indistinti.
Come si fa a non amare quindi le persone estroverse, le persone solari? Esse non rischiano in effetti di sentirsi spaesate in ambienti nuovi, oppure semplicemente non lo danno a vedere.
Ma in effetti nessuno qui vuole fare una requisitoria sugli estroversi, nonostante di fastidiosi estroversi ne esistano e pure molti. Talmente fastidiosi che pur di non sentirli metteresti la loro testa in una bacinella piena d'acqua e bicarbonato (ma questo solo perchè disinfetta).
Questo vuole essere un post di rivalsa per la gente timida, un po' impacciata nei primi apporcci amichevoli, che sembra snob, che sembra stronza, che sembra che voglia mangiarti le cervella e aprirti la cassa toracica a morsi ma che in realtà è molto divertente. Quelli come me insomma. Come al solito procederemo per punti, come i migliori saggi filosofici di cui non si capisce il filo logico.

Primo: i timidi non sono persone sole.
I timidi hanno amici, amori, famiglie, cani, gatti, canarini e basilischi come tutti. Magari ci impiegano un eone per scegliere di chi circondarsi, ma è per una semplice questione di selezione. I timidi pensano che non abbia senso circondarsi di persone con cui si ha poco a che fare, meglio una cerchia ristretta dove poter aprirsi completamente.

Secondo: i timidi non sono snob.
Ok, prima ho parlato di selezione. Ma non è una selezione consapevole, fatta secondo criteri specifici (per quanto io preferisca parlare ad uno scorpione del Caucaso piuttosto che con un leghista). E' più una selezione temporale: è il tempo che si impiega a conoscere una persona il fattore che porterà il timido a legarsi a questa. Se un timido non saluta per primo o non rivolge la parola per primo o ancora evita lo sguardo, non è perchè l'altro ha l'alitosi o è vestito di arancio (ma quanto odiamo l'arancio noi), è giusto perchè preferisce stare in silenzio piuttosto che aprire bocca e dire cose come "Ruby è la nipote di Mubarak". 

Terzo: i timidi sono riflessivi.
Il timido è più portato all'ascolto, all'osservazione e all'introspezione. Questo, nonostante possa farlo apparire come un bambino sociopatico, lo porta a sviluppare un alto grado di conoscenza di sè e del mondo. Ascolta attentamente le parole degli altri, osserva i gesti, riflette sulle conversazioni; mi rendo conto che a volte per un estroverso parlare con un timido può sembrare di fare una seduta psicoanalitica, in quanto quest'ultimo si limiterà ad annuire e dire frasi ad effetto sapientemente formulate prima nella sua mente, però cazzo, volete mettere che bello avere a che fare con persone di tal sorta?

Quarto: il timido è empatico.
Il timido capisce le emozioni degli altri, specie se anche questi sono altri timidi. L'empatia è quella cosa che ti fa dire "no, non prendo l'ascensore perchè magari c'è un disabile che ne ha bisogno e deve aspettare che finisca io il mio giro" oppure "dai forse è il caso di aiutare la matricola spaesata che non trova l'aula, dato che in effetti anche io ero come lei prima".  In questo senso l'empatia si rivela molto utile alla società.

Quinto: il timido non è noioso.
Non spenderei troppe parole su questo, dato che la prova è il mio intero blog. Se lo trovate noioso allora potete continuare a leggere le 50 sfumature di stocazzo per quanto mi riguarda.

Sesto: il timido non soffre di delirio di onnipotenza tale da isolarsi dal mondo.
No, scusate, ho detto una palla. A volte il timido preferisce stare un po' in disparte perchè vede la gente di merda che c'è in un aula universitaria, allora si eleva (magari sbagliando, ma chi può dirlo) a dio in terra capace di decidere del destino degli altri.
Ho riletto. Credo che questo punto sia da riferire a me solo, perdonatemi.

Lo scopo di questo post è il nulla eterno, lo credo anche io. Ma il punto è che le persone timide, per quanto bellissime, non sono sfigate, non sono pazze, non sono sociopatiche, non sono asociali. Sono solo persone capaci di riflessioni talmente allucinanti che preferiscono tenerle buone nella loro testa piuttosto che condividerle con emeriti sconosciuti.

domenica 10 marzo 2013

E' solo il nome che fa la differenza.

Oggi ritorno qui. E ritorno poi in una rubrica molto sentita e cercata che è quella che su questi lidi noi amiamo chiamare: la mia cucina.
Ma prima di inziare, lasciatemi dire una cosa, anzi due, ma facciamo pure tre. Procediamo sempre per punti perchè io amo fare così e questo è il mio palcoscenico dove posso fare quello che voglio.

1. Torno sul blog e mi accorgo di quel banner orribile che adesso mostra pure il delirio che saltuariamente intraprendo su Twitter. Che bello. Che gioia. Tanto non mi ero sputtanato abbastanza.

2. Le settimane della moda sono ufficialmente finite e noi possiamo finalmente rilassarci e smettere di piangere dalla giuoia perchè Raf Simons coi suoi disegni ci fa sempre questo effetto.

3. Oggi mi sono svegliato definitivamente alle 16.35 e quindi sono talmente riconglionito che gli errori di battitura si palesano ogni due parole. Siate clementi, io farò del mio meglio.

Ma avventuriamoci nella questione del giorno: la mia cucina.
Ieri era un altro sabato piovoso che ci obbligava a stare murati in casa perchè i nostri capelli tendenti al riccio proprio non dovevano essere mostrati alle umane genti, o rischiavamo la reclusione per atti osceni in luogo pubblico. Come impiegare al meglio queste sfortunate contingenze? Cucinando.
Ora, mio padre, che fa poche volte la spesa ma quando la fa è convinto di avere un esercito norreno in casa da sfamare, aveva comprato un mese fa delle zucche in numero di 6. Di quelle oblunghe, che sembrano i palloncini dei clown. Ora, capite bene che far fuori 6 zucche in una famiglia composta da tre persone più una (mia sorella cara) che girovaga saltuariamanete tra queste mura non è cosa semplice. Per quanto possa essere buona, se te la ritrovi nel piatto per 6 giorni di fila dopo un po' anche basta. In ogni caso, eravamo riusciti a farne fuori 4: soltanto due minacciavano ancora la nostra pace dei sensi. Così, ieri ho deciso che avrei fatto dei muffin dolci alla zucca con gocce di cioccolato, giusto per reinterpretare questo ortaggio in un modo diverso. Così, armato di buona volontà e ingegno, sono andato sulla pagina di GialloZaffy (tra l'altro loro, screanzati, non ci mettono le gocce di cioccolato) e ho letto la ricetta, che per altro avevo già letto tempo fa, ma mi era sfuggito questo particolare: la zucca doveva essere precotta nel forno per un'ora. Ora io dico, cara Sonia, secondo te io ho lo sbatty di aspettare un'ora per fare 'sti cavolo di muffin? MA IO NON CREDO PROPRIO.Stavo per abbandonare le speranze e gettarmi nella disperazione, oltretutto perchè avevo reclutato dei volontari per pulire la zucca perchè io non ne sono proprio capace. Pensate la rabbia di quei volontari se non l'avessi usata! Ad un tratto pensai che la Peronaci mentiva, che il forno non era necessario, che era solo una scusa per scoraggiarmi, affinchè io non la superassi col mio estro in cucina. Ho optato per questo stratagemma che si rivela sempre utile più o meno dalla Rivoluzione Industriale: il vapore. Ebbene sì, 10 minuti di cottura al vapore equivalgono a un'ora di forno a 200°. Per non parlare del fatto che si risparmia elettricità. Così mi sono infilato in un armadio scomodissimo della cucina per tirare fuori l'oggetto tecnologico che ha il nome di vaporiera e ho proceduto. Risultato sensazionale.

Successivamente, ho proceduto secondo ricetta. Mescolando, impazzendo, aggiungendo ingredienti con la delicatezza di un camionista incazzato perchè è in riserva, ho ottenuto il composto desiderato.


Quello che vedete sulla destra non è vomito di bambino posseduto dal dimonio ma zucca frullata.

Non vi preoccupate se prima di aggiungere la farina il composto assume una consistenza inquietante. E' tutto normale. Credetemi, so che è difficile farlo ma CREDETEMI. Ah, non usate, come ho fatto io, il miele di eucalipto perchè se no per tirarlo giù dal vasetto ci vorrà la forza del dio Thor e il tempo della formazione delle rocce metamorfiche. Meglio il millefiori, che ha un nome inquietante ma per lo meno scivola meglio.


Questo il risultato, prima che siano aggiunte le gocce.

Purtroppo però ho commesso un passo falso, un errore madornale, uno sbaglio di valutazione imperdonabile. La ricetta di GialloZaffy, che è solo un complotto per farvi sentire inadeguati, ve lo ricordo, dice di aggiungere al composto un cucchiaino di bicarbonato. Ma in casa mia il bicarbonato è una polvere segreta che scompare quando ti serve e te la ritrovi sotto il naso quando proprio non sai che fartene. Ho quindi sostituito il cucchiaino di bicarbonato con un cucchiaino di lievito per dolci. Ed è stata una puttanata, perchè con un cucchiaino e basta NON LIEVITERANNO MAI. Vi do quindi due suggerimenti che possono salvarvi il culo la prossima volta che farete dei muffin:

1. Se dovete andare a far la spesa prima, comprate la farina autolievitante, così non dovrete avere lo sbatti di comprare pure il lievito, e noi tutti siamo per un mondo meno sbatti. Poi vi vengono belli soffici e gonfi.

2. Se non avete il bicarbonato, sprovveduti che non siete altro come me, non limitatevi a far l'equivalenza un cucchiaino di bicarbonato=un cucchiaino di lievito, perchè i muffin li vedrete solo nella fotografia. Quelli che avrete voi saranno buoni comunque, ma totalmente differenti, e questo vi getterà nello sconforto assoluto che neanche la Benny Parodi che sbaglia a impastare potrà risollevarvi. Meglio mettere tutta la bustina di lievito, per non sbagliare ecco.

Comunque, ho proceduto a mettere l'impasto a cucchiaiate nei pirottini, facendo un bordello che non avete proprio idea. E' solo fortuna che non ci sia una macchia d'impasto sul soffitto. In ogni caso, se volete divertirvi, come ho fatto io, al lancio dell'impasto tramite cucchiaio nei pirottini sperando di fare canestro (tra poco sarà uno sport olimpico con numerosi adepti), fatelo fuori casa se poi dovete pulire voi.



Ecco, questo è stato il risultato. Come vedete alcuni presentano le gocce in superficie, altri, per motivi arcani e a me sconosciuti, li presentano in profondità. Tutto ciò è stato molto debilitante.

Ma il punto è che, se non vi sono usciti i muffin, potete fregare tutti chiamando questi dolcetti "Tortine alla zucca con gocce di cioccolato dove capita". Perchè alla fine è il nome che fa la differenza, e se li chiamate così nessuno potrà rinfacciarvi nulla.Dove arriva il mio ingegno io proprio NON LO SO. Sono così furbo a volte che non riesco a credere davvero che io sia la stessa persona che non sa bere dai bicchieri di plastica senza sbrodolarsi come Ciccio Bello Sbrodolino Sul Pancino.

Ora purtroppo io, dopo questo post, sono sputtanabile da chi in cucina è più bravo di me. Ma tanto lo ero anche prima da altre categorie di persone, quindi non me ne preoccupo. E poi io ritengo Benedetta Parodi una grande cuoca, cosa vi aspettavate?





domenica 24 febbraio 2013

La mia prima volta: elezioni politiche 2013

Si deve andare a votare e tante sono le domande che assillano il capo di noi giovani italiani: chi è meglio? chi è peggio? La matita è in omaggio o dobbiamo restituirla? E come si piegano le schede? Possiamo fare un ritratto improvvisato di Monti?
Oggi ho esercitato il mio diritto: mi sono recato al seggio, dove una sciatta presidente di seggio in tuta mi ha consegnato schede e matita. Ho impiegato meno di 2 minuti per scegliere a chi dare il mio voto, poi invece ho impiegato un'era geologica per piegare la scheda delle elezioni regionali.
Ma lasciate che io mi faccia portavoce delle intenzioni di voto della mia generazione, visto che come è noto sono molto modesto e non soffro di quella strana malattia dei megalomani di confondere se stessi con il mondo. Proprio no.
Sono un ragazzo di vent'anni, di buona famiglia, abbastanza acculturato e io credo anche abbastanza intelligente, nonostante manchi proprio di senso pratico. I miei genitori non mi hanno fatto mancare nulla fortunatamente, a parte quel completo di Hermès che mi piaceva tanto, ecco. Sono cresciuto vedendo i miei genitori e i loro coetanei discutere su Berlusconi e una certa imprecisata Sinistra, che ogni tanto cambiava leader. Sono cresciuto sentendo i nonni parlare delle brutture del fascismo e della vecchia DC, come se fossero avvenimenti epici tipo la Guerra di Troia o Marisa Laurito che fa la persona seria. Ho studiato anche un po' di storia contemporanea al liceo, in modo da dare un po' più di concretezza a questo spettro della DC che aleggiava. Una cosa morta, che però si ricordava anche abbastanza frequentemente.
Noi giovani di vent'anni ci muoviamo in un contesto in cui si ha voglia di rinnovamento: avvertiamo una stanchezza allucinante di cose che, in realtà, non abbiamo mai vissuto. Quindi pensate a quanto ci avete sfracassato i coglioni nonostante fossimo solo spettatori. Spettatori posteri, per altro. Poi stiamo pure crescendo nell'angoscia di non trovare un lavoro, seppur laureati, magari. Io che sono andato sempre in scuole pubbliche, ho dovuto fare anche i conti con continui rimestamenti e ripensamenti sulle politiche riguardo l'istruzione pubblica (cosa nella quale io, per altro, credo profondamente). E' logico pensare che sentiamo il peso di anni di sterili discussioni, di politiche ingiuste nei nostri confronti alle quali, per altro, noi non abbiamo potuto nemmeno partecipare. Possiamo farlo adesso, ma ci ritroviamo una scelta che non è poi tanto diversa da quella che abbiamo visto, piccoli e inermi, dagli schermi dei TG nazionali. Se poi uno legge i programmi dei partiti sulle politiche giovanili, allora le braccia cadono e iniziano a scavarci la fossa.
Sono molti quelli della mia età che sentono il richiamo del Grillismo o di Ingroia, come se quello fosse il primo passo per una rivoluzione vera (non sto mettendo sullo stesso piano i due, sia chiaro). Così come sono molti i giovani che si rifugiano nei partiti più estremi, tra Casa Pound e Forza Nuova, probabilmente pensando che con un'azione violenta si riesca a "rimandarli tutti a casa". Per non parlare, poi, di tutti i giovani che decideranno per l'astensione o la scheda bianca. Per non parlare della fuga all'estero. C'è un clima di disillusione amara e generale, e nessuno riesce a darci una motivazione concreta per continuare a credere in qualcuno. Possiamo credere in qualcosa, a vent'anni si credono a molte cose in effetti, ma in qualcuno tra gli eleggibili ci risulta difficile.
Voglio dire, è la prima volta che votiamo e già siamo esausti. Campagne elettorali vuote e trite; non solo esausti, ma anche esclusi dai giochi.
Io oggi sono andato a votare con molta rassegnazione, ma essere rassegnati già a vent'anni è triste e debilitante, e credo che questo debba portare un po' di domande là, a Montecitorio. Anche se non siamo convinti che lo facciano.

venerdì 15 febbraio 2013

Il jeans perfetto, cioè come scegliere un jeans può diventare debilitante.

Il camerino è uno di quei mistici luoghi dove spesso si consumano drammi, tragedie e crisi di personalità. Lo specchio del camerino riflette sia la nostra figura, sia le nostre peggiori paure, i nostri giudizi più feroci, le nostre paturnie più recondite. Lo specchio del camerino è un Freud con la nostra faccia ed è crudele come quella compagna bulletta delle scuole medie, al quadrato però. Ve la ricordate, la bulletta delle scuole medie? Ora come minimo sarà ciccionissima e con i capelli crespi, poverella.
Ma lo specchio del camerino si trasforma in una feroce chimera quando dobbiamo scegliere dei jeans. 
Il jeans, ci dicono tutti, è il capo di vestiario più versatile, che si può mettere con tutto, che se lo scegliamo bianco rischiamo la lapidazione pubblica; peccato che NESSUNO ci abbia mai detto, che dico detto, nemmeno ACCENNATO che scegliere un jeans può diventare una delle esperienze più traumatiche della propria vita.
Quando io, guardando il mio armadio, provo uno strano senso di vuoto che per una volta NON E' voglia di tonno alla piastra, inizio a sudare freddo e assumo improvvisamente il colore del frullato alla banana. Le gambe si fanno molli, perchè già la mia coscienza ha capito che HO BISOGNO DI JEANS NUOVI. Questo mi getta poi nello sconforto più totale, perchè provare un nuovo paio di jeans palesa tutte le insicurezze accumulate in anni di vita. Dovete avere nervi ferrei e umore tranquillo, autostima a mille e ricordarvi di tutte le cose positive che la vostra persona è riuscita a compiere: a tal proposito, conviene quindi stalkerare la bulletta delle medie e vedere quanto è diventata bruttina. Dovete ricordarvi di quando siete dimagriti sotto le feste di natale senza aiuti demoniaci, riportare alla mente il successo effimero quando eravate riusciti ad asciugarvi i capelli col phon senza uscire di casa come Wanna Marchi nei suoi anni migliori o, peggio, come Marcella Bella o ricordarvi di quando avete scoperto con gioia che il nuovo maglione non faceva i pallini in lavatrice. 
Tutto perchè provare il jeans sbagliato (e malauguratamente sceglierlo e portarlo a casa perchè eravate sprovvisti di quella lucidità necessaria per questo momento così cruciale, sciagurati) può gettarvi nella più cupa disperazione. A nulla serviranno le rassicurazioni di persone fidate: voi sarete convinti che quei jeans vi facciano il culone e facciano sembrare i polpacci due zamponi da capodanno. Per non parlare delle cosce, che neanche il mais sottovuoto è così compresso. 
Personalmente, io compro solo due marche. Ne ho provate diverse, ma Levi's e Diesel sono quelle con cui mi trovo meglio. Non amo i jeans troppo skinny (e così dovreste fare anche voi) perchè la moda emo dei primi anni 2000 è giusto che abbia avuto la sua fine: odiavo vedere caviglie sottili che quelle di una Gazzella di Thomson e magari un fondoschiena che avrei faticato a distinguere da un pallone aerostatico. Cioè, si andava da un estremo all'altro, da ragazze e ragazzi con gli arti inferiori delle cavallette a altri individui che gli skinny jeans dovevano proprio DIMENTICARSELI. Per non parlare dei jeans a vita bassa, il peggior scempio che si sia mai visto nella storia del costume dopo le spalline degli anni '80 e quella strana tendenza delle paillettes di giorno che fa tanto 2010. Anche se, purtroppo, qualche reduce ci tenta ancora a farci vedere la sua mutanda fluo: questo perchè la gente è troppo buona e gambizzare a sale grosso mi han detto che è reato, uff.
Ecco, il jeans giusto, il jeans perfetto, deve giocare tutto sulle proporzioni: deve adattarsi perfettamente al corpo e modellarlo, ma con coerenza, perchè non è umanamente possibile avere culi giganti su gambe atrofiche, mi capite? E io credo che noi non si parli mai abbastanza della giusta taglia: se vedete che vi state strizzando che neanche Valeria Marini nei suoi tubini di raso, allora forse forse è il caso di cambiarli, no? E se  non riuscite a camminare senza che questi vi cadano alle caviglie se non sostenuti da mano o da cintura, allora anche qui è forse il caso di cambiarli. 
I miei preferiti sono i 504 straight della Levi's (la taglia non ve la dico neanche, non provateci), con i quali credo di essere un figo pazzesco, più di quello che sono già in realtà. Sono abbastanza aderenti senza stringere come budelli di maiale (oggi mi sono fissato con le metafore sul cibo, MAH), scendono dritti in modo da correggere quel LEGGERISSIMO difetto che io ho delle gambe ad archetto. 
Ecco, in sintesi voglio dirvi che il jeans perfetto vi cambia, se non la vita, almeno la giornata, e risolve inoltre qualsiasi dilemma di autfit. Il jeans sbagliato invece vi getterà in una spirale di autodistruzione che vi porterà a scegliere ALTRI jeans sbagliati, finchè probabilmente una commessa impietosita e capace vi salverà dalle acque nere e fredde del crudele denim. 

mercoledì 13 febbraio 2013

Random post, ovvero cose a caso che devo assolutamente dire.

Siccome è molto che non scrivo, ho accumulato troppe cose da dire. Potrei certo fare tanti post brevi e sintetici in cui parlare di uno e un solo argomento, ma francamente non è nel mio stile. Ho voglia di trascinarvi con me nel mio flusso di coscienza, così che vi renderete conto che non sono poi così patologico, ma ho anche io una logica intrinseca (sese).

1. Sanremo è iniziato ieri e i primi 10 minuti mi avevano già gettato nel baratro della disperazione: non esiste nessun San Remo nel calendario. Grazie Luciana. Non che io sia un cattolico praticante, ma ho sempre trovato buffo che ci fosse un San Remo e fosse protettore dei fiori. Non è che con le dimissioni del papa riescono a trovare anche il tempo per proclamare un santo protettore delle lattine vuote o dei girapolenta? Io ci tengo. Bertone a te mi affido. San Remo è una di quelle cose che tutti dicono di non guardare perchè lo trovano vecchio e noioso e poi "c'è sempre satira politica, cheppalle. Questi sinistroidi che l'IMU non ce la restituiscono ecco", ma non si sa come fa milioni di telespettatori. Milioni. Un po' come le sirenette segnatempo coi brillini che diventano rosa se sta per piovere: fanno schifo a tutti, ma intanto gli ambulanti di souvenir li finiscono subito E SCOMMETTO CHE ANCHE VOI A CASA NE AVETE UNA.

2. Sempre circa Remo, l'esibizione di Crozza a me non è dispiaciuta, ci sono stati punti anche molto divertenti, secondo il mio modesto parere. Modesto parere che se non condividete allora sciagura vi colga.
Quello che mi ha lasciato perplesso sono stati i disturbatori dell'Ariston (che poi, ad ogni Remo ce ne sono diversi, ogni volta per un motivo diverso). Insomma, non è che fosse proprio una sorpresona la presenza di Crozza, eh. Tu che hai comprato il biglietto per la prima, SAPENDO che ci sarebbe stato Crozza, che ti aspettavi? Che cucinasse il risotto al nero di seppia con la Parodi? E non mi tirare fuori la Par Condicio perchè NON ME NE FREGA UNA BEATA MAZZA della par condicio. Certo è che c'è un confine anche per la satira: quando questa diventa offensiva per la persona presa di mira, allora è giusto che si fermi. MA Crozza offensivo non lo è mai: la satira serve a provocare, se a te non sta bene questo perchè ti senti ferito nei tuoi sentimenti, allora corri da mamma che un posto sotto la sottana te lo trova sempre. Ed esci dall'Ariston, soprattutto. E fai concludere il lavoro ad un professionista.

+ .Ieri poi su Rai1 sembrava natale. Luciana ha preso tutti i decori dei tradizionali alberi di natale di piazza San Pietro e se li è messi addosso. Così come ha fatto quella cantante là di cui non mi ricordo nemmeno il nome (ho cercato, si chiama Simona Molinari...mah) talmente mi ha rotto e pure la Pennetta, la tennista che diomio copriti le braccia. Cioè lo so che sei una tennista, ma quelle braccia coprile, su. EH!

ç: ho concluso la prima sessione d'esami della mia vita, e sono molto fiero di me. Lasciatemi dire che lo studente universitario durante la sessione di esami è equilibrato quanto una leonessa con un aneurisma che vede i suoi cuccioli minacciati. Lo studente universitario ha una precisa scaletta umorale, che varia a seconda di quanto manca all'esame.
 2 mesi prima: è equilibrato, tranquillo. Ha preparato una scaletta molto precisa di cosa deve fare per passare l'esame, quanto studiare al giorno, che pagine fare, calcolato la prossima eclissi e misurato l'evaporazione del Pacifico nello spazio di un secolo: tutto ciò gli dà una bella sensazione di sicurezza. Può far tutto, non può fallire, ha pianificato ogni cosa. 
 1 mese prima: la scaletta ha delle falle in più punti, ma se ne prepara un'altra forse ce la può fare. Qualcosa purtroppo nel suo animo si è incrinato: la sfera di sicurezza che si era costruito tutto intorno non riesce a reggere i colpi del nascente panico. Lo studente universitario decide di non stare a sentire questo panico. Siamo alla fase della negazione ed è talmente convincente e faccia di culo con le persone che riuscirebbe a farvi credere dell'esistenza di elefanti rosa.
 2 settimane prima: Il ricovero ospedaliero è dietro l'angolo. Ci sono occhiaie che non si possono nascondere al mondo. Lo studente universitario ora si sente vittima di un complotto mondiale: è EVIDENTE che l'università non vuole che egli si laurei. Le carte iniziano a volare, gli schemi iniziano a presentare strani fenomeni di autocombustione e chi vuole bene allo studente universitario ha già nascosto strumenti appuntiti e oggetti contundenti nelle sue prossime vicinanze.
 1 settimana prima: noia,dolore; noia, dolore; disperazione. Che fare? Dove andare? Da chi fuggire? Forse da me stesso? E perchè il letto è l'unico che mi capisce qui? Letto io voglio starti vicino sempre, letto tu non mi giudichi. Letto tu non guardi i miei capelli con sufficienza. Grazie letto, stanotte sarò da te a studiare; sappilo.
Poi quando lo studente universitario avrà dato l'esame, sarà felice, spensierato e leggero. E si sentirà onnipotente, in diritto di smerdare l'universo mondo perchè LUI ha compiuto un'impresa titanica. Ovviamente dopo aver sbattuto contro un palo che non aveva visto perchè troppo impegnato a sorridere alla gente con aria di superiorità sarà costretto a tornare alla realtà e saprà da solo che, in effetti, non c'è niente per cui festeggiare. Scoprirà anche che ci sono imprese più titaniche della sua (Felix B. non sto parlando di te) e allora tornerà mestamente sui suoi libri.

^: Non so se avete visto qualche giorno fa i Grammy Awards. Be' insomma, quelli avevano mandato un comunicato dicendo alle pop star di vestirsi abbastanza sobrie e di non fare della passerella una collezione di Agent Provocateur. Qualcuno l'ha preso sul serio, molte altre no. Ma soprattutto, RIHANNA DOVE SEI STATA FINO AD ADESSO? Diciamocelo, a noi Rihanna sta proprio sul culo. Poi quando decise di tingersi i capelli di un colore INESISTENTE in natura, allora lì non c'abbiamo più visto. Ci chiedevamo a chi avesse rubato la vernice per le facciate delle case, ma nessuno ci diede risposta. Chissà perchè, chissà come, stavolta la Rihanna ha deciso di non strafare, di fare la figa umile.  No ma ragazzi, ma rendiamoci conto che ci voleva Rihanna per ricordarci che A) il vintage vince sempre e B)negli anni '90 non c'erano solo zeppe di plastica e Dr. Marteens con Di Caprio. Io credo che dovremmo farci tutti un esame di coscienza per questo. Tra l'altro io dico anche che...I BOCCOLI, RIHANNA! E di un colore BELLISSIMO! Cioè boh, ci sono rimasto male, ma anche bene. Cioè non lo so, sono felice che tu non sia più in quella cosa di Gauthier oscena che sembrava una tovaglia da matrimonio tagliata in più punti. Ti ringrazio. Le tue colleghe avrebbero dovuto nascondersi, specialmente Adele che le matrioske fanno solo paura. Niente da dire su Adele, ma per una volta che non sceglie un abito scuro, decide che la tappezzeria della prozia va bene. Io ti dico solo: che brutto.






lunedì 28 gennaio 2013

L'evidente bisogno di dare aria alla bocca senza motivo.

So che non pubblico post da un po' di tempo, ma ci sono gli esami e io ho dei problemi a gestire il tempo per lo studio, giacchè vado lento come un bradipo con la febbre spagnola e per recuperare il tempo perduto devo stare incollato alle sudate carte per interi giorni consecutivi. Mi ero proposto di riscrivere dopo il 7 Febbraio, quando ormai avrò finito di dare gli esami di questa sessione, ma gli eventi che sono successi tra ieri ed oggi mi hanno costretto a tornare qui, per esporre linearmente e in modo intellegibile alle umane genti il mio personalissimo pensiero su ciò che è successo ieri: la Giornata della Memoria.
Già l'occasione richiede silenzio, riflessione e mestizia. E' certo che se alla base non c'è informazione e documentazione quel silenzio e quella mestizia hanno la pari utilità della perplessità di quando ci troviamo in piadineria e non sappiamo quale piada scegliere. Invece, un nano scappato dal bosco ormai da tempo ieri ha deciso di non solo rimanere in mesto silenzio, ma anche di aprire la bocca per dire la cosa più inopportuna che si potesse dire in una giornata come quella di ieri. Voi tutti sapete a cosa mi riferisco.
E' un po' come quando ad un funerale vai a chiedere all'unica persona con gli occhi gonfi come melanzane siciliane "Allora, come sta tuo padre?", quando poi ti accorgi che il funerale è proprio di suo padre. Cioè, non bisogna poi stupirsi se poi rischi il linciaggio. Come se ad una manifestazione animalista ti presenti lì dicendo "Sai cosa? Sai che quel cagnolino che ti stai portando a spasso fatto in umido con le olive sarebbe una meraviglia?".
 Ecco, quello là ha fatto una figura simile, dimostrando di avere la stessa delicatezza di un Varano di Komodo con l'epilessia. Oltretutto, l'evento in cui è stata pronunciata la frase incriminata rendeva il tutto ancora più disgustoso, non mi vengono altre parole.
Dopo l'iniziale sbigottimento, è sopraggiunto il terrore. Sono rimasto terrorizzato nel vedere che della GENTE sui vari social network ha avuto anche il coraggio di difenderlo. A parte che difendere una persona del genere dimostra di aver spento il cervello, non dico da 20 anni, ma almeno da 3 sì. Dimostra anche una pochezza d'informazione che nemmeno un bambino in Burundi chiuso in un container, ma questa è un'altra storia.
Ora, non mi potete dire che bonificare qualche palude, cercare di risollevare le sorti dell'economia italiana, raggiungere in qualche modo l'autosufficienza e creare un embrionale welfare giustifichino delle azioni di un regime illiberale che per affrontare i dissidenti provvedeva all'eliminazione fisica o all'intimidazione. Fortunatamente ci sono cose più grandi di una bonifica di una palude: quelle cose così di poco conto come la dignità umana e la libertà di parola/pensiero.
Come se poi le leggi razziali siano solo un inciampo, un incidente di percorso di poco conto nel contesto di un'opera più grande, quando in realtà sono la più palese offesa al genere umano; anche se quando queste non toccano personalmente, è difficile rendersene conto se si ha poca empatia e coscienza morale e civile. (Che poi Mussolini le leggi razziali le fece di sua sponte senza nessuna ingerenza da parte della Germania è cosa nota, ma certa gente preferisce non ricordare...amnesie mirate).
Oltretutto, i risultati mediamente positivi che si sono raggiunti durante il regime li hanno raggiunti altri Stati, magari anche più velocemente, magari con risultati migliori, e soprattutto senza rinunciare alla democrazia, nella quale io, personalmente, ripongo ogni fiducia.
Non nego che certe persone facciano venire voglia anche a me di instaurare un regime illiberale, giusto per togliermi di mezzo le infradito, il retro delle ginocchia e le persone che piuttosto che studiare e informarsi proseguono sordi nelle loro malsane idee dando credito al nano infoiato, ma sono convinto che sia compito di una società giusta tutelare anche la loro opinione e, soprattutto, coinvolgere tutti i modi e i mezzi possibili perchè non rimangano sordi alla storia e sappiano valutare una minchiata apocalittica da un libero pensiero.

lunedì 31 dicembre 2012

I propositi che dimentichi di aver fatto già il 2 Gennaio.

Oggi è l'ultimo giorno dell'anno, e io ne passerò metà sui libri per preparare un esame brutto brutto brutto che sarà tra poche brutte brutte brutte settimane. Ma ho sentito forte il bisogno di allontanarmi dalle sudate carte per venire qui a scrivere cose sempre utilissime all'umanità tutta quali i miei propositi dell'anno che verrà, l'anno 2013. Scommetto che ci sono persone che in questi giorni stanno guardando per diletto tutti gli oroscopi del globo, da quello cinese a quello uto-azteco, che si immobilizzano davanti alla tv quando vanno in onda programmi di cucina dove insegnano ad addobbare tavole poco sobrie per l'ultimo dell'anno. OVVIAMENTE NON STO PARLANDO DI ME, che credete... mica sto cercando scuse per non studiare, pff. Comunque, l'ultimo dell'anno è sempre il momento di abbandonare la sobrietà, di annegare in fiumi di spumante, di dimenticare le norme del buon costume e darsi alla pazza giuoia, perchè tanto dopo avrete ben 6 giorni di clausura durante i quali potrete riabilitare la vostra immagine agli occhi della società. Ma nei momenti di lucidità che avrete, tra un etto di cotechino e una ciotola di mandarini cinesi, sarete costretti, o da voi stessi o dai compagni di tavolata, a fare i buoni propositi. Purtroppo questo vi metterà di fronte alla triste consapevolezza di A)aver dimenticato quali avevate fatto a fine 2011  B) Se anche mi ricordassi quali ho fatto, sono pur certo di non averne mantenuto uno e C)Tanto anche questi che farò stasera verranno annebbiati dai fumi di...bollicine!
Ma io sono forte, io voglio spingermi al limite delle mie possibilità, voglio prostrare le mie capacità intellettive e mnemoniche per così fare un veloce elenco dei propositi che ho fatto nel 31/12/2011 e quali ho mantenuto o no.

N. 1: Proposito di diplomarmi: obiettivo raggiunto. Con un risultato pienamente nella media, che forse non mi ha soddisfatto del tutto, ma ce l'ho fatta, rischiando un esaurimento nervoso che non ha coinvolto solo me, ma tutta la sezione E classe III del Liceo Classico Arnaldo. Se non ci siamo uccisi come gladiatori romani nell'arena durante gli ultimi mesi di scuola, allora vuol dire che abbiamo raggiunto un notevole senso di autocontrollo.

N.2: Proposito di fare qualcosa per la mia carriera futura: Miseramente fallito. Non ne soffro particolarmente in quanto ho appena compiuto 20 anni, che certo non sono pochi (NON OSATE....!) ma se mi impegno posso comunque avviarmi in qualche progetto, ma si vedrà. Magari anche nei primi mesi dell'anno che verrà. Questo quindi me lo riproporrò.

N.3: Proposito di farsi meno paranoie in genere su me stesso. Ci sto lavorando. Vero è che io alterno ancora momenti di delirio di onnipotenza a crolli di autostima miserevoli tali da farmi nascondere nell'armadio tra i cappotti, con la ragionevole speranza di trovarci la porta per Narnia, ma posso assicurare che questi sbalzi comportamentali sono diminuiti, tutti a favore di un continuo delirio di onnipotenza, che ci piace molto.

N.4: Dipendere meno, economicamente parlando, dai miei genitori: miseramente fallito. Sentite, io ci ho provato a cercare qualcosa da fare durante l'estate post diploma, ma sembrava che la cittadinanza non avesse bisogno di me, nonostante io abbia particolari abilità come demolire le persone e un particolare gusto minimale. Anche questa è un'abilità, davvero. E comunque adesso che ho iniziato l'università il mio ultimo pensiero è cercarmi un lavoro part time, che vorrei anche frequentare assiduamente le lezioni. Quindi, Veronica Lario, mi sto rivolgendo a te, se non l'hai ancora capito. So che tu hai molto a cuore la mia sorte universitaria, IO LO SO. E se non ce l'hai vuol dire che sei un po' insesibbile, eh... Quindi, cara Vero, che ne dici di di un versamento ogni mese sul mio conto? Anche l'1% del tuo compenso mensile va benissimo. Eh, dai, mettiamoci d'accordo, che io c'ho bisogno di cose di Margiela, lo sai. So che puoi comprendermi.

Benissimo, sostanzialmente erano questi i 4 propositi che mi ero fatto, almeno quelli più importanti. Poi c'erano quelli meno significativi tipo dare un taglio agli zuccheri prima di rischiare il diabete, essere meno freddo con gli sconosciuti o smettere di parlare con la vocina da idiota al mio cane mentre sono in pubblico, questo per altro senza una reale necessità, dato che io non lo trovo così grave. E' la gggente che non è normale e non parla con i cani. I cani mica ti ascoltano se parli loro normalmente, loro ti richiedono la vocina da infante idiota, ma serio. Quindi il bilancio è uno e mezzo su 4, abbastanza sconfortante mi vien da dire. Quelli che non ho raggiunto, me li riserbo anche per il 2013. Eccetto quello dell'indipendenza economica, poichè non dipende da me ma dalla generosità della mia nuova migliore amica.
Ah, poi ne aggiungo un altro: curare il blog. Curare il blog fino a farlo diventare una testata dall'indiscussa importanza nazionale, che in confronto quello di Grillo sarà solo un blog di un pazzo sociopatico e pure un tantino emarginato. Curarlo e diffonderlo, pubblicizzarlo, in modo che io poi sia a pochi passi dalla dittatura Europea, nella quale le infradito non saranno permesse e chi infeltrisce i maglioni sarà incarcerato. La mia genitrice si sta preoccupando già, io lo so. Dicevamo a proposito del delirio di onnipotenza...?

Qui poi, è il luogo adatto dove anche voi potete mettere per iscritto tra i commenti i vostri propositi, lasciandoli così indelebili nello spazio della rete, in modo che non avrete più scuse per dire "Eh, me li sono dimenticati...".
Buon anno a tutti, comunque. Che sia prospero e ben vestito.



giovedì 27 dicembre 2012

Come mando a stendere il prete di Lerici.

Lerici è una ridente cittadina che sta in quella regione a forma di arcobaleno che è la Liguria. Ad un cazzo di nessuno frega dove stia, davvero, magari è pure bella, non ne dubitiamo. Purtroppo questa città ormai non se la filerà più nessuno per la sua bellezza (ammesso che ce l'abbia, io non lo so), bensì per un motivo più spiacevole: il suo prete. Il suo prete che dice minchiate. Il suo prete che dice minchiate e le stesse minchiate le scrive su un foglio. Il suo prete che dice minchiate che scrive su un foglio che, invece di tenerselo per se, lo espone fuori dalla chiesa. Ora ci troviamo di fronte ad un altro caso di un prete che ha perso l'occasione per tacere. Perchè sicuramente sapete cosa ha farneticato questo sociopatico: ha farneticato che le donne, la specie femminile umana, provoca. Ma cosa provoca? Il femminicidio. E come lo provoca? con abiti succinti e piatti freddi. Provoca ed istiga il maschio italiano alla violenza perchè è distante da quel modello fascista di donna dedita al focolare e alla cura dei figli.
Io davvero vorrei che tutto questo fosse uno scherzo, che i motivi da lui espressi siano stati inventati dallo scrivente solo per far ridere di una cosa poco divertente, ma purtroppo è la dura realtà. Qui non è uno scherzo, qui è la realtà della visione retrograda e maschilista che la penisola ha della donna.
Già il fatto che il giornalismo italiano abbia coniato un termine per indicare il "delitto passionale" verso le donne la dice lunga sulla gravità del fenomeno. Questo termine è femminicidio.
Non voglio certo citare statistiche o dire cose scontate giusto per farmi dire che ho ragione dai miei lettori, ma questo per ben due motivi: 1-Ho sempre ragione e 2-I miei lettori mi danno sempre ragione.
Voglio solo pensare, esporre le mie riflessioni e far pensare.
Credo che serva una massiccia dose di quella che è chiamata "Cultura del rispetto" in Italia, ma da fare nelle scuole anche. Credo che ci vogliano più politiche statali per "proteggere" le donne da mariti pazzi, da esseri squilibrati che vedono la donna come "Cosa da ottenere e da possedere". Se non è mia, allora non sarà di nessuno. Questa non è mentalità da XXI secolo, e il solo fatto che ci sia un essere della Chiesa ad esporre tali idee mi fa venire la pelle d'oca, facendomi dubitare fortemente delle sorti umane progressive. Allora io dico che questo prete, con le sue farneticazioni da sessualmente represso, mi istiga alla sberla di dominio pubblico. Lo dico, lo stampo e lo espongo fuori dal balcone.
E bisogna anche smetterla di pensare che questa sia "roba che le donne devono risolvere da sole", perchè qui il problema è grande, qui il problema riguarda tutti. E' lo stesso problema che costringe la donna media italiana a farsi in quattro per ottenere una carriera soddisfacente e nello stesso tempo mantenere una famiglia unita. Io ho una madre e una sorella, che per fortuna non sono state mai maltrattate da persone (perchè chiamarli "uomini" sarebbe elevarli al rango di persone dotate di raziocinio e controllo degli istinti), ma credo che a nessuno sfugga il fatto che loro abbiano fatto più fatica dei loro colleghi maschi per ottenere gli stessi risultati.
E poi ci si mette pure Monti a dirlo, nella sua conferenza stampa di fine governo. Pur non essendo un discorso originalissimo, ha almeno cercato di porre l'attenzione sul problema, nonostante il suo breve esecutivo non abbia fatto poi molto in tal senso. Ma si apprezzano le parole. E chissenefrega se ad una vera politica a favore delle donne ne consegue un punto in percentuale in più del PIL nazionale, ci sono cose che per fortuna trascendono l'economia.
In definitiva, nessuno dica che l'abito succinto istiga la bestia maschile alla violenza. Uno può semplicemente dire "E' vestita male", e ne ha il sacrosanto diritto di farlo. Ma con quel commento siamo BEN DISTANTI da una concezione rozza come quella del prete di Lerici. Anni e anni di emancipazione femminile e di lotta e poi c'è gente che ancora non l'ha capita, gente per la quale non dico la lapidazione, ma almeno una gogna, un barile di pece e delle piume sì. O una scomunica, anche quella mi va bene. E' forse colpa nostra se il celibato lo istiga a tali prodezze mentali degne della mummia Otsi?Deve forse scaricare sul mondo la sua frustrazione? Io non lo credo, ma noi certamente dopo queste uscite da pazzo criminale (perchè è criminale quello che ha detto, NON CI SONO STORIE) possiamo sì scaricare su di lui la nostra indignazione, a suon di cavoli in faccia.


domenica 23 dicembre 2012

Il continuo dramma del parrucchiere.

Io credo che noi non si parli mai abbastanza di questo problema. Ma che dico problema, è meglio dire EMERGENZA. E sto parlando dell'andare a tagliarsi i capelli, a risistemarsi la chioma, a spuntare l'orrido, a ordinare ciò che noi a casa da soli, con intrugli vari e arnesi elettronici siamo subito pronti a mettere in disordine.
Ecco perchè ho deciso di parlarne, di scriverne. Perchè io al sociale CI PENSO. Ne scrivo affinchè l'anno prossimo non si verifichino più queste vicende drammatiche. Ecco, mettetemi già un fondale nero con una musichetta triste di pianoforte in sottofondo che sono pronto a fare lo spot progresso e chiamatemi pure "Fabio per il sociale", che sono qui proprio perchè nessuno debba più prendersi dallo sconforto quando deve andare dal tagliachioma.
Io, nei pochi anni che ho di vita (non osate dire il contrario o vi vengo a prendere con la gente), di parrucchieri ne ho provati diversi. Tanti forse, magari troppi. Addirittura nel 2008 mi ero pure messo in testa di provare tutti quelli di Brescia, ma davvero non so perchè io avessi in mente questi progetti da persona triste,nullafacente e anche un po' problematica. In ogni caso, ciò che ho potuto notare, con lo sguardo critico che mi caratterizza (cioè lo stesso che solo dopo diversi mesi mi ha fatto accorgere dell'enorme crepa che c'era di fronte a me nell'aula liceale) è che i parrucchieri, ormai ne sono certo, hanno diverse unità di misura. Diverse da quelle della società civile, io intendo.In effetti non si è mai capito perchè  2 cm da loro equivalgano alla superficie del deserto del Gobi. So che le persone possono capirmi. Immaginate il giramento vorticoso di testicoli che ognuno di noi prova quando, dopo aver aspettato una cazzo di settimana per andare, poichè sette giorni prima una voce annoiata ti ha detto "guarda che non c'è posto", torna a casa con la voglia di uscire solo con un colbacco da siberiano perchè la falce nemica ha tagliato tutto ciò che di bello c'era, se non su questo mondo, sulla nostra testa. Ecco, io credo che questo debba finire.
Ma se siamo certi ormai che loro abbiano diverse unità di misura, siamo anche certi del fatto che la classica frase che nei film americani di serie C (quelli con cheer leaders bulle e sfigato con gli occhiali che poi vince il campionato di sceglietevoichesport) va così bene, cioè "Vorrei solo una spuntatina", be', nella realtà porta ad esiti diversi. In quei film "Vorrei solo una spuntatina" o "Vorrei solo spuntarli" solitamente ha il risultato di trasformare uno scacciafighe post-apocalittico in un John Travolta nei suoi anni migliori, brillantina o meno. Peccato che la celluloide ci tragga davvero in inganno, e poi magari ci rimaniamo di cacca come quando scopriamo che la Signora in giallo effettivamente non esiste. Lo so, sono ancora in terapia per questo. Ecco, quando uno di noi dice al proprio parrucchiere la frase "Vorrei solo spuntarli", può scommetterci la retina destra e tutta la biodiversità dell'Amazzonia che esce ESATTAMENTE uguale a prima. Ma proprio spiaccicato. Ma proprio una fotografia. In pratica, paghi 25 euro per farti lavare i capelli. Stop. 25 euro regalati ad un salone bisognoso, nella speranza loro che non gli arrivi Tabatha a rimetterli in riga.
Io mi rivolgo a voi parrucchieri, mi si porti subito un pulpito neo-barocco dal quale possa elegantemente predicare. Vogliamo chiarezza nei nostri rapporti, vogliamo sincerità, vogliamo il dialogo che cazzo sì ce lo vendono come la base di tutte le cose. Se vi chiediamo 2cm, non vi stiamo dando carta bianca per testare le novità appena apprese nell'ultimo corso di aggiornamento, non vogliamo uscire pettinate come Lady Gaga o, peggio, Orietta Berti. No. Vogliamo solo 2cm in meno, vogliamo capelli in ordine e più leggeri. QUESTO VOGLIAMO. E quando vi chiediamo una spuntatina, allora sì, lì ci affidiamo completamente al voi, al vostro  estro, alla vostra abilità, alle vostre forbici, ma con la premessa che vi prego non esagerate, che vogliamo comunque essere riconosciuti dai nostri amici e parenti. Vogliamo solo un tocco nuovo e fresco, non un'impalcatura da cantiere navale sulla testa, ecco tutto.

venerdì 7 dicembre 2012

L'inverno, dicembre e il Natale.

E' finalmente dicembre, che gioia infinita. Talmente gioia che noi tutti dovremmo andare in giro cantando "Quando viene dicembre" del cartone Anastasia, che lasciatemelo dire è proprio BRUTTO.
Io, quando inizia il mese di dicembre, mi accendo di una luce nuova. Già alla fine di novembre il mio nasino molto poco alla francese inizia ad annusare il profumo dell'euforia, soprattutto perchè la fine di novembre dovrebbe essere un evento festeggiato dalla collettività tutta. Novembre è un mese inutile, l'hanno messo lì perchè serviva riempire lo spazio che stava tra gli ultimi sprazzi d'estate e l'inizio delle festitività natalizie. Le mattine di novembre ti mettono uno scazzo addosso che davvero neanche la Santanchè in preda ad una crisi epilettica riuscirebbe a farti venire. Novembre vuol dire 29 giorni di scartavetramento di coglioni con nessuna interruzione tra questi: l'unica eccezione è il primo novembre, che poi è il giorno dei morti, che poi che allegria, no? Il giorno dei morti. Considerando poi che crisantemi e pan dei morti provocano disturbi di buon gusto allo scrivente, potete immaginare quanto io sia felice quando finisce novembre. Oltrettutto, novembre è il mese della cimice nell'armadio. Io qui vorrei porre l'attenzione su questo enorme problema sociale che affligge le case italiane in novembre. Il più giovane di casa Lentini, quando deve aprire l'armadio a novembre, inizia ore prima un training autogeno che non sempre si risolve nel migliore dei modi. Per aprire l'armadio si arma di manico di scopa e cellulare col 112 già digitato. Si avvicina con circospezione all'armadio, mantenendo comunque la ragionevole distanza di sei metri; a questo punto entra in gioco il manico di scopa: il trucco sta tutto nell'infilarlo nella maniglia dell'armadio e fare leva finchè il forziere dei suoi tesori non si apre. Se durante questo delicatissimo momento, dalla tensione palpabile a tutti, sente un minimo rumore, molla tutto ciò che ha in mano e corre per nascondersi sotto il plaid. Se poi il rumore è un fruscio d'ali d'insetto, allora è finita. Allora serve il ricovero ospedaliero. Allora richiamatemi quando dovrete fare il remake di "Risvegli", che sono un perfetto candidato.
E poi, a Novembre non si capisce mai come ci si debba vestire: i 15° C mandano in confusione il popolo. Quindi siamo sempre a metà tra un palombaro e un aborigeno australiano. Ecco perchè amo dicembre, perchè con dicembre tutte queste incertezze finiscono. E l'importanza del corrente mese la si nota già da come inizia. Infatti, com'è noto, il terzo giorno di dicembre, 20 anni fa, io apparii (o apparvi, le forme sono ugualmente corrette) su questo tristo globo, colla specifica missione di renderlo più bello e più divertente. Sto già lavorando per gli unicorni, non disperate. Ah sì, poi il primo dicembre c'è la giornata mondiale per la ricerca sull'AIDS, per la quale noi tutti dovremmo sempre fare qualcosa, ma questa è un'altra storia.
Così, coll'avvento del mio compleanno, la temperatura si abbassa drasticamente in modo che non ci sia differenza tra la mia freddezza nei rapporti umani e il clima. Che bello! Finalmente si tirano fuori maglioni di lana sottili come veline che belli son belli, ma scaldare proprio no. Però per il piumino io aspetto gennaio, piuttosto mi faccio amputare le dita dei piedi. Non bastasse tutto ciò, ci si mettono le decorazioni natalizie, il profumo di cannella e zenzero e le cioccolate calde a mettermi di buon umore. Certo, sono sempre verstito di carta velina e quindi sto congelando, ma a voi non lo dico. E comunque c'è l'odore di cannella che basta per scaldarmi. Amo tantissimo il natale. Perchè sono cattolico e credo che la ricorrenza della nascita del Salvatore sia da festeggiare? PPPPPFFFFF! MA QUANDO MAI! Ma perchè ci sono le strade illuminate!
Io se vedo una strada illuminata regredisco ai 12 anni. Se poi nevica è finita, la regressione all'infanzia vede il suo estremo compimento in me che mi rotolo nella neve e lancio palle di neve alla sorella. Comportamento davvero maturo, per uno che ha appena compiuto vent'anni... La strada illuminata è solo il contorno di tutta la magia del natale consumista che veramente a noi piace, perchè a noi piacciono i regali. Noi vogliamo soffocare nei regali. Si pretendono fiocchi e carta rossa luccicante in ogni angolo della casa! E ci piace molto anche farli, i regali. A volte, è vero, viene l'esaurimento nervoso quando non sai cosa regalare alle persone a te più intime, ma vi posso assicurare che le pantofole e il guanto da forno a Natale non sono quasi mai ben accetti.
Poi, la crisi ci viene in aiuto, per una volta! Ci aguzza l'ingegno, ci fa diventare per qualche ora dei nonni che regalano cose fatte a mano con ammooore e fantasia! E si spazia dalla conserva fatta in casa ben confezionata, alle cose all'uncinetto (ma se come me avete la manualità di una lucertola cieca e senza coda lasciate stare), ai collage fighi di fotografie fighe, ma dovete essere bravi, altrimenti fate l'effetto bambino dell'asilo che incolla i giornali sul foglio senza cognizione di causa.

Ora, momento serio della serata, sempre connesso all'argomento: mi rivolgo ai lettori che con affetto incondizionato mi seguono e che per tutto hanno risposta. Voi sapete che dicembre è anche il mese dei "buoni propositi dell'anno che verrà", sostanzialmente delle minchiate apocalittiche che ci dimenticheremo nel corso dell'anno quali "voglio studiare di più" oppure "prometto di farla finita col burro d'arachidi". Ma questo che voglio fare, più che un proposito, è un obbligo che impongo alla mia persona, oltre ad essere un richiesta   di fondamentale urgenza. Io voglio scrivere, lo si sa; ma voglio farlo da professionista! So che da come scrivo può sembrare che gli argomenti seri e ponderati non facciano per me, ma io ci voglio provare, diamine. Ora, molti mi dicono che già adesso dovrei iniziare a scrivere "per qualcuno": è evidente che i consigli di questi "molti" siano solo complotti per farmi sentire inadeguato nei confronti del mondo; ma se avessero ragione? Se dovessi iniziare ADESSO? E per chi, poi? Non è che stanno aspettando proprio Fabio Lentini al Corriere. Qui viene la richiesta: come consigliate ad un povero cerebroleso colla passione per le parole di iniziare seriamente a fare quello che gli piace? Nel senso, cosa si fa? Ma si cercano indicazioni precise! Del tipo chi,cosa e come devo contattare. Certo che non pretendo un contratto tra due giorni, ma mi basterebbe scrivere su una rivista online,sul cioè, sul giornale locale, cazzo qualsiasi cosa va bene, non sono schizzinoso. Solo un po' di pratica prima di dare concretezza alle mie mire espansionistiche dalle quali tutti dovranno trarsi in salvo.

martedì 27 novembre 2012

Se avessi fatto questo tema alla maturità mi avrebbero ricoverato.

Voi dovreste ben ricordarvi le tracce date dal MIUR (che sigla orrenda..) per la prima prova di Italiano scritto per la maturità 2012. Voi, ho detto, perchè io proprio non me le ricordo. Eccetto la mia. Resta il fatto che una di quelle richiedeva al candidato di esporre un tema "libero" prendendo spunto da una frase di nemmeno so chi più, qualcosa comunque che aveva a che fare con l'avere i vent'anni oggi o vattelapesca (grazie Holden).
Ve lo dico cosa vuol dire avere vent'anni. Ve lo dico io cosa si prova a vent'anni nel vedere la gente in giro che indossa il camouflage senza ritegno.
Qualcosa sta cambiando, lo sento nell'acqua, lo sento nella terra, lo avverto nell'aria (che in questo momento sa di cane bagnato, Leo...esci). I miei venti si avvicinano, intesi anche come perturbazioni se volete. Ogni specchio della casa è coperto da pesanti drappi neri di velluto, anche per il fatto che INSPIEGABILMENTE avrò anche 20 anni tra pochi giorni, ma io pensavo di averci chiuso, con l'acne giovanile (che peraltro non ho mai avuto, che credete...), già cinque anni fa. Mi aggiro per la casa con un pallore che Cullen spostatevi tutti, alterno momenti di ilarità a momenti di sconforto tali da farmi desiderare cose fuori da ogni umana immaginazione, tipo farmi pelato come Britney nel 2009 (ciao B., mi manchi... guarda che io ascolto sempre Gimme More. Per me è una bella canzone). E non credo che questo male di vivere sia solo per la vecchiaia che avanza. Va bene, il pensiero che il decadimento fisico sia a soli quattro anni da qui mi getta in un terrore tale da farmi piangere sul tappeto del bagno in posizione fetale, ma ho letto che se uno fa sport invecchia dopo... Certo bisogna avere la VOGLIA, di fare sport. E diciamo pure che il sudore è il mio peggior nemico. E diciamo anche che sport è il contrario di Fabio. Ma, come dicevo prima del delirio, non è solo per il pensiero del  decadimento fisico che la mia faccia ha la stessa tristezza dipinta sul volto di quella che avrebbe Formigoni se scoprisse di aver sbagliato lavaggio della giacca salmone. 
Uno vede sempre i vent'anni come un grande traguardo, una tappa importante: la fine dei tuoi anni da teenager. E invece è proprio una tappa di stamminchia. Ma davvero, ma se io penso che a vent'anni si debba fare un primo bilancio della propria vita, allora mi viene voglia di ingoiar chiodi al tetano. 
Là fuori ci sono un sacco di ventenni ringalluzziti che non aspettano altro che soffiarmi il posto da Vogue. Io come minimo dovrei essere là fuori a gambizzarli, invece di piangermi addosso. Eppure la mia ambizione ha avuto una collisione fotonica col treno Reality. Il treno recava la scritta: "Che cazzo stai facendo?". 
In effetti, io che diavolo sto facendo? I ventenni ringalluzziti di cui sopra hanno già all'attivo articoli per il giornale locale, collaborazioni con chissà quale casa di moda medio-orientale dimenticata da Dio, forse un diploma con un punteggio più alto del mio! Per non parlare che magari hanno pure finito il secondo anno di università, mentre io sono ancora al primo perchè in quarta ginnasio sono stato un emerito idiota. E la colpa è tutta vostra che non mi avete picchiato a dovere con grucce di Margiela.
Loro possono scrivere tutte queste cose su un eventuale curriculum per uno stage. Mentre io? Io cosa scrivo? Esperto nel mettere in ordine cromatico i quaderni Monocromo (peraltro una qualifica che per me meriterebbe un riconoscimento Statale)? Dirigo/scrivo/leggo un blog che è nato tipo ieri? Fa abbastanza tristezza leggere questo. E poi, anche dopo la mia utilissima laurea in lettere, che cacchio vado a fare? I ponti han già troppi inquilini, mi han detto. 
Tra l'altro, uno potrebbe pensare "Va be', abbandona le ambizioni e vai a fare un lavoro normale...". Eh sì, in effetti è proprio il momento adatto. Ti tirano dietro posti di lavoro per diplomati al liceo classico. PIENO COSI'! Ho giusto la fila fuori che mi contende. Qualche volta lancio una mia maglietta per vedere come litigano per averla. Mmmmh già.
Ecco cosa vuol dire avere vent'anni ora. Vuol dire avere una vocina che parte dallo stomaco e finisce nella testa e ti dice tante tante brutte cose. E vi assicuro che non è schizofrenia, non ora per lo meno. Vuol dire anche che se vuoi fare cose utilissime alla società, tipo il modello, non puoi! Perchè c'è un sedicenne ucraino scappato di casa che è lì, più alto e più bello, a rubarti il posto. Tutta questa competizione a noi ventenni porta all'esaurimento. Io stesso adesso non riesco più a capire come abbinare la camicia di jeans so '90s. E SE NON E' ESAURIMENTO QUESTO. Va bene, la competizione sana ci piace, la incentiviamo, è bellina e ci spinge a fare meglio. Ma se questa deve costare un mio qualsiasi futuro (e non parlo di uno specifico) allora CIUPPA! Io mi prendo un carrettino di gelati e vado a fare competizione con quello, altrochè. 
Ora, se mi scusate, vado ad affogarmi nel tè earl gray, ascoltare Mina che strilla e ricominciare a frustare la mia ambizione che se cala quella io sono finito tipo capello nello scarico del lavandino.

martedì 20 novembre 2012

Tipologia del viaggio.

Certi viaggi in treno sono davvero noiosi. Talmente noiosi che sei persino troppo annoiato anche per tirare fuori il libro di tipologia linguistica che ti porti sempre dietro. E insomma, per combattere la noia bisogna inventarsi qualcosa, non possiamo mica passare un'ora ad osservare il sedile vuoto di fronte a noi. Vi assicuro che non è per niente interessante. Io, poi, sono una di quelle persone del tutto normali (pfffff!) che in treno non riesce a dormire. Non ci riesce proprio. Avrei bisogno di una poltrona reclinabile a 180° per poterlo fare: la volta che ci ho provato, a dormire sul treno, mi sono svegliato con la reale impressione di avere le ossa delle braccia che si erano trasferite negli arti inferiori, e viceversa. Una sensazione orribile. Per non parlare del torcicollo che poi mi ha afflitto per tutta la giornata. Voi che dormite in treno, avete TUTTA la mia invidia. E comunque ci definiamo un paese civile quando non abbiamo ancora i sedili reclinabili di 180° sui treni. Non so, allora torniamo a vivere nelle caverne, tanto!
Comunque, non volendo nè leggere un libro nè studiare, mi sono concentrato sui passeggeri del treno Frecciabianca. E ho scoperto che si possono raggruppare in diverse tipologie. Quasi lo facessero apposta. Così, ho tracciato dei profili coi quali voi, miei piccoli 25 lettori (quanto adoro il Manzoni? Ma quanto lo adoro??) potrete giocare nei vostri viaggi in treno, senza annoiarvi Dai, non stupitevi troppo del fatto che io sembri così magnanimo, è perchè non vedo le infradito che indossate. Tra l'altro io mi riferisco a quelli che usufruiscono della seconda classe, giacchè l'accesso alla prima, per qualche ragione a me ignota e totalmente priva di senso, mi è precluso.

Tipo 1: L'uomo d'affari.
Il singolare qui non è opportuno. Conviene dire "gli uomini d'affari". Sì, perchè questi girano SEMPRE in gruppo, sono SEMPRE vestiti nel medesimo noioso modo e, cosa inquietante, si conoscono tutti. Si conoscono tutti e parlano delle stesse cose, prendono i giornali per poi non leggerli, si lamentano del fornitore che è fuggito in Argentina e non si capisce mai bene che lavoro facciano. Anche perchè, chi ha davvero voglia di ascoltarli, quando parlano di componenti per auto? Come se l'industria metallurgica fosse importante, bah. Li potrete riconoscere dal completo giacca e cravatta very anonimous il cui colore, solitamente, varia dal grigio al blu. Ci sono sporadiche presenze beige, ma per lo più sono estive. Se lo indossano d'inverno, allora sono nuovi nell'ufficio in cui stanno andando, oppure gli altri completi sono a lavare. La loro arma è la 24ore, i più formal ce l'hanno in pelle, gli altri in tessuto. Nessuno sa cos'abbiano lì dentro, quale tesoro nascondano, e francamente non ce ne frega un cazzo. Stupisce, poi, che abbiano qualsiasi ritrovato tecnologico. Quelli che non hanno tecnologia Apple, vengono considerati dai loro simili come lebbrosi, e quindi allontanati dalla loro strana comunità. L'80% di questi individui è di sesso maschile, non dimostra mai più di 50anni, sempre sbarbatissimi e brizzolati. Eleganza solo di facciata, dato che poi tirano fuori l'impermeabile blu antipioggia (davvero, è sempre blu. Come i controllori dell'autobus) e hanno il calzino bucato. Se poi è bianco il Sinceramente Vostro sviene. Che poi, tornando al discorso di prima sull'impermeabile, c'è qualcosa di profondamente sbagliato nell'abbinare il blu e il nero. Fidatevi, io l'ho fatto. Era il 2009. Da allora non mi sono più perdonato, ma trovo che mi dia sollievo confessare questo peccato qui. Certo, tutto cambia se il blu è un blu china o un cobalto, allora ok, allora nero forevvah.

Tipo 2: Lo studente residente a Milano.
Lo studente residente si riconosce per il piccolo trolley con i vestiti lavati e stirati da mammà (sì, sempre quella che fa gli gnocchi) e la faccia scazzatissima, sempre contratta nella smorfia che precede lo sbuffo da scazzo. In effetti, non riescono proprio a capire perchè devono tornare il weekend in questa città vuota (ho iniziato a cantare Mina, non avvicinatevi) e poi devono prendere il treno per tornare. Non sarebbe meglio che mia madre mi mandasse i vestiti puliti per pacco postale? E' davvero snervante. Lui ha il posto prenotato, e se glielo occupi ti guarda con lo sguardo del gatto quando lo butti giù dalla sedia.

Tipo 3: Lo studente pendolare. Ovvero quella dello scrivente.
Si riconosce dalla categoria sopracitata perchè lo scazzo, sul suo volto, ha lasciato posto alla rassegnazione. Egli prende il treno come un normalissimo rituale mattutino, non sa veramente quello che sta facendo. Non sa perchè le gambe l'abbiano portato lì, dato che sta ancora dormendo. Eppure, appena mette piede nella carrozza, diventa vigile come un suricata nella savana: l'obiettivo è trovare il posto. Il posto a sedere o la vita; il posto a sedere o l'esaurimento; il posto a sedere o l'insulto. Quando lo trova, potete notare la sua espressione del volto cambiare: la speranza è che nessuno reclami quel posto. Quasi quasi pensa di fingersi zoppo, pur di restare seduto. Ecco che allora gli occhi percorrono la carrozza da una parte all'altra, guardano con sospetto ogni persona che si avvicina al sedile. La sequenza di espressioni facciali, che può variare dalla circospezione al terrore, dura pochi minuti: quel tanto che basta che il treno parta. Ma per il pendolare è un momento CRUCIALE, che può determinare l'umore di tutta la giornata. E a lui, questo momento di osservazione sembra durare un'eternità.
Una volta che è seduto, nel migliore dei casi crolla in un sonno agitato e convulso, altrimenti tira fuori qualche manuale e inizia a studiare affannosamente, perchè bisogna assolutamente finire il capitolo prima che il viaggio termini. Se invece è costretto ad alzarsi, inizia a recitare malocchi e macumbe brasiliane che non ha mai sentito prima; ma insomma, TU hai osato prendere il MIO posto che mi sono guadagnato col sudore della fronte?? E chissenefrega se hai pagato! Anche io! Non me ne frega una minchia lessata al microonde! Per quanto mi riguarda puoi anche issarti e sdraiarti sulla cappelliera per le valige lì in alto, che questo posto ora è MIO e se mi trascini via inizio a piangere, ecco.

Tipo 4. La nonna.
E' un soggetto particolare, dato che non puoi mai prevedere se sarà una nonna benevola o una nonna stronza. Quello su cui puoi star sicuro è che è rompipalle, in qualunque caso dei due.
Lei non prende mai il treno; quella volta che lo prende è per una visita specialistica in qualche ospedale in Milano o perchè è venuta a trovare i nipoti/figli. Non prendendo mai il treno, non capisce bene come funzioni ed è terrorizzata dall'essere abbindolata/rapinata/narcotizzata (sì, sono un tantino paranoiche) dal primo che passa. Solitamente, non sa dove sia la sua carrozza. Veramente scopre solo DOPO ESSERSI SEDUTA che le carrozze sono numerate, così qualche anima pia deve indicarle la strada per arrivarci. Conviene non attaccare mai bottone con questa, a meno che non vi sentiate soli, perchè inizierà una lunga pantomima sulla sua vita, su quanto il servizio sia di pessimo livello, sul perchè è venuta a Milano ecc ecc. Nel peggiore dei casi, vi dirà di tirare indietro le gambe perchè a lei "fanno un po' male a stare così". Allora tu, che fai? Mica vuoi avere l'artrite di una nonna veronese sulla coscienza; così inizi a raggomitolarti tipo riccio in una posizione scomodissima e sconosciuta alle umane genti.   Da quel momento lì, non potrai più distendere le gambe. Mai più fino alla fine del viaggio, in nessuna direzione. Uno, ingenuamente, potrebbe pensare di distenderle giusto due minuti verso il corridoio di passaggio tra i sedili, giusto per far riprendere al sangue una circolazione da persona sana, ma ERRORE ERRORISSIMO. Sentirai la punta di un ombrello sulla tua scarpa ed una vocina flebile che ti dirà "Signore, non può mettersi così, se no la gente inciampa e non passa più". Già... inciampa la gente... ma che caso. Perchè io faccio sgambetti di professione, in effetti. Ho un diploma per questo. Mi piace vedere nasi rotti a causa mia, certo. Sono quelle cose che in effetti migliorano la giornata. Ma secondo te, pensionata della mmminchia, ma secondo te io sono così idiota? Ma secondo te non mi sposto? Ma io non so se il Valium ti ha anche dissolto le facoltà cognitive, mioddio. (Voi non ci crederete ma a me è capitato davvero).

Tipo 5. La studentessa egocentrica.
La studentessa egocentrica è una sottocategoria dello studente pendolare, ma è una presenza così rilevante sui treni tale da meritare una menzione a parte. Ella passa ogni viaggio al telefono, il che non è niente di male, in fondo. Peccato che queste non sono come le normali persone, che usano un tono di voce tollerabile dall'orecchio umano, ma sembra che abbiano un megafono nella gola. E allora tutta la carrozza sa le sue vicissitudini sentimentali, su cosa tizia ha fatto, su chi le ha sporcato il maglione color cipria, su quanta cacca ha fatto il suo cane nella macchina del suo ragazzo e molte altre cose talmente rilevanti da cambiare la vostra vita per sempre. In effettti, informazioni tali non devono essere celate! Non devono restare patrimonio di uno! Ma condivise, condivise con tutto il globo! Affinchè anche voi sappiate la differenza tra quello che lei voleva e quello che il parrucchiere le ha fatto. Dimenticavo di dirvi che la frequenza di voce di queste ragazze è uguale a quella di una ghirlandaia ferita o una scimmia urlatrice.

Tipo 6. La mamma in carriera.
E' la mia categoria preferita, sono bellissime e molto divertenti da osservare. E' la controparte maschile dell'uomo da affari. Ella deve destreggiarsi tra riunioni in sede (non si capisce mai cosa sia veramente questa sede), portare il figlio a basket, andare a prendere la figlia a scuola, portare le medicine alla madre e crollare a letto con una dose di morfina. Non ammetterebbe MAI di essere in procinto di un esaurimento nervoso, tuttavia non serve essere osservatori attenti per notare l'occhiaia color lago di Loch Ness che contorna gli occhi strabuzzanti. Sono tutte un fascio di nervi, molto ben vestite e pettinate, ma hanno una tensione tale nel corpo che se dovessero rilasciarla tutta in un istante riuscirebbero a rompere l'osso del collo degli astanti. Sono molto pragmatiche e, per la felicità di tutti, non hanno valige ingombranti che bloccano i passaggi e che richiedono la forza di 100 buoi per essere issate sulle cappelliere; no, loro si portano tutto in una big bag da giorno, dal tale peso che si sospetta si portino dietro tutta la batterie di pentole Mondial Casa, o il marito fatto a pezzi; non è dato saperlo. Ama i suoi figli e ama dire al mondo quanto per lei non sia così difficile destreggiarsi tra lavoro e carriera. Comunque, si è fatta chiudere le tube dopo un rischio di gravidanza, così, giusto per....

Tipo 7. L'isolato.
Solitamente è un esemplare di uomo d'affari estromesso dalla comunità perchè non ha l'iphone. O perchè ha il completo beige. O per altri futili motivi che però per loro sono dei codici di appartenenza. Soffre molto per quest'esclusione, così cerca disperatamente di entrare in un altro gruppo, almeno per costruirsi una nuova identità. AAAH se non avessi indossato quel completo khaki... (ma guarda, ma potevi arrivarci anche da solo. Il khaki solo se stai facendo il safari in Kenia, se no dimenticalo).
Egli è solito commentare, con un tono che vorrebbe essere sarcastico ma in realtà sembra quello di uno stalker, qualsiasi avvenimento di minima rilevanza che accade sul treno. Come "Eh, di nuovo in ritardo.." oppure "Balla sempre questo treno..." oppure ancora "Certo che potrebbero pulirla la Centrale...". Tutte cose che denotano quindi il suo essere un acuto osservatore. Io ve lo dico, poi potete fare quello che volete: non iniziate una conversazione, o vi ritrovete a parlare del nulla con un sociopatico (e non parlo di me, davvero). Be' io ve l'ho detto (a questo punto voi dovreste riconoscere la citazione da Harry Potter e la Pietra Filosofale del Professor Raptor. Dovreste se siete dei lettori attenti, dico..)

Tipo 8. I turisti Asiatici.
Io li adoro, davvero. Sono carinissimi. Certo, con uno stile discutibile, ma divertentissimi. I loro bagagli riportano bellissime parole che mettono il buon umore allo scrivente quali "Prada", "Dior", "Miu Miu". Notate che non ho citato Louis Vuitton? Ecco, fatevi delle domande...
Comunque nemmeno loro sono molto esperti con i treni italiani (ovviamente perchè saranno abituati a cose avveneristiche allucinanti, ma non sembrano farci caso) però non disturbano nessuno e sono sempre gentili con tutti. E poi hanno questo atteggiamento di non chiedere nulla a nessuno e di arrangiarsi, in silenzio,mestamente, con la curiosità dipinta sul volto. Essenzialmente li trovate che viaggiano alla volta di Venezia o Verona, per continuare il loro Grand Tour shoppingaro. Almeno loro possono, io intanto ammiro gli abiti che indossano. Poverini, lo fanno senza cognizione di causa, e quindi mi mettono una borsa Moschino su un abito Prada, ma glielo si può perdonare.

A questo punto, io mi auguro che non ne sia uscito un profilo del sinceramanete Vostro come una persona terrorizzata dal mondo, arrogante e con tendenze un attimino dittatoriali. Non sono sempre così. Non credo. Alla fine, ho sempre gli occhi da Bambi che mi salvano.


venerdì 16 novembre 2012

L'invasione di cavallette.

Credo che già il titolo del post sia molto evocativo rispetto alla giornata di oggi. Talmente evocativo che mi sento una cavalletta vera alle spalle, mentre ci penso. E ho i brividi. Le cavallette sono un altro dei mali del mondo, ne parla persino la Bibbia! (come se quella fosse garanzia di verità...mah! Ma mi serviva un supporto alla mia tesi).  A parte questo, stamattina alla fine ho ceduto. Ho scoperto di essere una vittima della pubblicità; una creatura senza spina dorsale che si fa trascinare dagli spot; d'altronde io sono quello che quando guarda l'acqua Lete al supermercato crede DAVVERO che ci sia la particella sofferente per la solitudine. Sono anche quello che crede che la Apple faccia le cose più faighe di tutte, anche se uno guarda bene il capello, non è proprio così. Il mio guaio è che sono manipolabile, tipo i polpi.E quindi spesso mi ritrovo la testa sbattuta sugli scogli della realtà. Lo sapete, no, che per ammazzare i polpi fanno così?
Ad ogni modo, ho deciso di entrare nella tana del nemico: H&M. Perchè io volevo davvero una di quelle cose poco Margiela molto H&M. un po' come quando metto l'ora in avanti sapendo benissimo che l'ho fatto io; mi sono preso per il culo da solo, in sostanza. Perchè io lo so benissimo che voi, voi di H&M, mi state ingannando, ma sono troppo imbecille per prendere seriamente questo pensiero.

Ore 6.40: Sveglia presto. Ho lezione alle 10.30, ma voglio comunque essere lì poco dopo l'apertura. So già che sarà una corsa all'oro. Faccio una veloce (ma quando mai?) colazione con pane, burro e marmellata accompagnati da un ettolitro di caffelatte. Prendo l'autobus, pieno di studenti di età scolare che emanano lo strano odore dell'adolescenza. Mioddio aprite subito il finestrino o vomito.

Ore 8.09: prendo il treno, un Frecciabianca. Come al solito in questa fascia oraria, non c'è un posto vuoto neanche nei bagni. Ma Novembre non era il mese dell'influenza? Trovo un misero posto. Ci appoggio elegantemente le mie terga. Parte il treno: soddisfatto del fatto che nessuno abbia prenotato il posto dove sono seduto. Posso guardare la gente rimasta in piedi con un sorriso tra la soddisfazione e l'autocompiacimento. TROPPO PRESTO. Una signora-carlino ha prenotato il posto dove sono ben adagiato io. L'impulso è quello di gridarle in faccia con la voce di Maga Magò "Chi tardi arriva male alloggia", ma il buon senso ha la meglio. Dannato buonsenso! Mi alzo, mi siedo per terra all'entrata della carrozza: le mie deboli gambe non potevano reggere un'ora di sussulti ferroviari.

Ore 9.02: arrivo in stazione Centrale di Milano. Corro come Shwarzer dopo una dose di steroidi fino alla metro gialla, fermata Duomo. Da lì prendo la rossa per fermarmi in Piazza San Babila, che lo so che tra piazza Duomo e San Babila ci sono poche centinaia di metri, ma per oggi meno cammino meglio è, grazie.

Ore 9.30. Arrivo finalmente in piazza San Babila con la lingua che mi pende fino alle cavigle. Bancomat, mi serve subito un bancomat. Ne va della mia stessa vita, del mio equilibro mentale. Fortunatamente Milano è tappezzata di filiali San Paolo e ne trovo una giusto fuori dalla metro. Prelevo tutto il contante disponibile e mi dirigo, a passo meno deciso della mia trasfigurazione in Shwarzer, verso lo store H&M

Ore 9.36: Entro. Sono figo, sono sicuro di me, spostatevi tutti, culoni, che questo è il mio territorio. Non ho paura di niente. OMMIODDIO UNA TELECAMERA! Nasconditi, non vuoi fare una figura allucinante per un servizio di qualche tg locale. Metto piede nel negozio. Mi manca subito l'aria. L'odore di polvere e di sintetico mi prende la gola, il cervello mi richiede ossigeno (e possibilmente una fibra naturale). Devo farmi forza, non posso arrendermi ora! Tutti quegli asiatici si prenderanno i pezzi più belli, sbrigati! Supero la sicurezza, che pare annoiata e non capisce l'euoforia degli idioti che in quel negozio si sentono delle supermodel. Del resto non la capisco nemmeno io. Scopro, dopo essere andato al piano superiore che recava la scritta "Piano 1- Uomo" che la collaborazione con Margiela viene venduta nel "Piano -1 - Intimo Donna". Razza di screanzati, una rampa di scale per niente! Minuti preziosi che mi separano dal mio tesoro!

Ore 9.50. Non mi sento proprio a mio agio. Qui la gente è famelica, aggressiva, sicura di sè. Pronta a pugnalarti alle spalle manco fossimo in una puntata di Trono di Spade o, peggio, Beautiful. Le giacche ti vengono rubate da sotto il naso. Ma a me non interessano: cazzo vuoi che me ne importi di avere una giacca che grida "Sono stata fatta nel 2006"? Nulla. Poi mi indicano e mi dicono "Quello è vestito da 2006". No grazie. Non trovando la mia maglietta nera (nella mia testa era già mia, ero entrato solo per quella), opto per una camicia bianca, molto basica dal colletto asimmetrico. Tuttavia non mi do per vinto, la speranza è l'ultima a morire. Al massimo ti cede la scapola perchè la borsa che porti piena di libri pesa come una lapide. Comunque, cerco di trascurare il dolore alla spalla e mi aggiro con lo sguardo vacuo da medium posseduto per il negozio, mentre mi sfrecciano davanti asiatici, ragazzi e ragazze di tutte le fogge e colori, per lo più vestiti veramente dimmerda e che richiedono l'uso di occhiali da sole per guardarli. Mi faccio forza; nell'ennesimo giro del piano finto intimo-donna, trovo la tanto ricercata maglietta, ma di un colore disumano. Terrificante. Ricorda la diarrea del mio cane. Placco un commesso. "Un attimo, scusa!". Sì, in effetti sono stato poco delicato a importunarlo mentre era carico come un mulo di capi. Sensi di colpa a manetta: la verità è che io faccio tanto il duro, ma in realtà sono remissivo come i cani quando vedono il giornale arrotolato. Il commesso torna da me, anche se ha ancora tra le braccia una decina di impermeabili bianchi dall'aria molto pesante. "Scusi, nera...questa...c'è?" chiedo, con gli occhi più Bambi che io abbia mai fatto. "No, mi dispiace... quelle che abbiamo sono tutte esposte". AHI! Immane dolore, atroce sentimento, quale mestizia! Il pavimento crolla sotto i piedi, il buio sommerge le mie pupille, lo sconforto contorce il mio volto: E ADESSO CHE CAZZO FACCIO? Uscire con la camicia bianca dal colletto asimmetrico very anonima o prendere questa cosa dal colore agghiacciante? 5 minuti di dilemma in cui ho cambiato umore una settantina di volte, il commesso di prima (che nel frattempo era scomparso da qualche parte, ma nemmeno avevo notato preso dal sapore della disgrazia) torna con un sorriso gigante e pone fine al mio bipolarismo: in mano non ha una maglia nera di quella che volevo io, NE HA BEN 3! "Non so che taglia ti serva, però". "La M, andrà benissimo". "Ok! Eccotela. La camicia vuoi che la metta a posto?". La camicia? E chi se la ricorda più! Certo, tienitela, tua, fanne quel che vuoi. Corro alla cassa, come se quel tesoro dovesse sfuggirmi dalle mani da un momento all'altro; paura anche abbastanza fondata, data la furia famelica degli avventori del negozio. Pago il totale: commessa molto sorridente, molto disponibile; ma siamo sicuri di essere ancora a Milano o sono finito in CortesiaLand? Non mi dispiace, comunque.

Ore 10.20: me ne esco. Posso andare a lezione senza nemmeno far le corse, con un sorriso gigante in faccia e una borsina imbarazzante nella mano destra. La borsa pesa ancora, ma dentro di me sto ballando "Marry the Night" come un ossesso per la felicità.

CONSIDERAZIONI GENERALI.

Già all'uscita della metro San Babila, mi sono reso conto dell'enorme cura e precisione che ci han messo quelli di H&M per una cosa simile: ogni spazio pubblicitario della stazione era riservato a Margiela for H&M. So che fanno queste collaborations (fa tanto fashion blogger dirlo, che schifo) da anni, ma prima non ci ero mai andato. Diffidavo da H&M e diffido ancora. Tuttavia, sono dei portenti del marketing. Primo: mi hanno rincitrullito, un termine da cartone animato ma che è sempre bello dire. Secondo: ti danno davvero l'illusione di essere in uno store d'alta moda. Come se l'ufficio stile di Margiela ci avesse davvero pensato a cosa mandare lì, per quella collezione, e non semplicemente firmato un contratto dicendo "Scegliete quello che volete dai modelli passati". I commessi vestiti con divise destrutturate in pieno Margiela style, le grucce del bianco Margiela, le borsine col loro logo impresso. Bianche, immacolate. E' un'illusione, infatti poi vedi la qualità del capo e allora ti cadono le palle. I filati e i pellami (certo che attribuire una parola come "pellami" ad H&M è come una bestemmia) non sono quelli che usa Margiela. Poco importa: lo paghi di meno, cosa vuoi ancora? Prendi, paga e non lamentarti! E soprattutto vai a lezione, invece di cincischiare.